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Fabbricateatro
TEATRIDEUROPA 06
Nel cinquantesimo dalla morte di Bertolt Brecht
Cultura di massa e totalitarismi: il teatro di Bertolt Brecht
PROGRAMMA
30 ottobre - h. 10
- Biblioteche riunite "Civica" e Ursino Recupero"
i motivi della drammaturgia
di Bertolt Brecht
Seminario a cura del prof. Giuseppe Dolei
9 ottobre - h. 10 -
Biblioteche riunite "Civica" e Ursino Recupero"
Scritti teatrali: l'estetica dello straniamento
Seminario a cura di Elio Gimbo
3 - 4 Novembre 2006
h. 21 - 5 Novembre h. 19
Auditorium facoltà di Lettere ex monastero dei Benedettini
Piero Sammataro
in
VITA DI GALILEO di Bertolt Brecht
e
Gabriele Arena, Orazio
Arena, Oreste Brighina, Alessandro Catalfo, Maria Grazia Cavallaro,
Giorgio Costanzo, Claudio Fragapane, Rosaria Giuffrida, Pietro Lo
Certo, Salvo Musumeci, Francesca Penna, Saro Pizzuto, Consuelo Priolo,
Silvia Scipilliti, Sabrina Tellico.
COSTUMI: Rosy Bellomia,
ATTREZZERIA: Teatro del Canovaccio
RIPRESE: Lucio Tomarchio
MONTAGGIO VIDEO: Linda Pettinato
AIUTO REGIA: Rita Stivale
REGIA: Elio Gimbo
Si ringraziano per
il prezioso contributo: prof. Giuseppe Dolei, Fiorenzo Napoli e
Giuseppe Napoli della Marionettistica fratelli Napoli di Catania.
Note su vita
di Galileo
Affrontare Brecht per
un regista equivale a scalare una montagna. E' una sorta di alpinismo
teatrale, tante energie e paura di cadere. Questo perché Brecht
offre insieme il valore di una drammaturgia perfetta come una scultura
di Michelangelo, una visione del mondo molto strutturata come quella
del "materialismo dialettico" ed anche una estetica teatrale rigorosa
e monumentale come quella dello "straniamento" (Veermfredung).
Confrontarsi con questi aspetti combinati è affascinante quanto
necessario.
Vita di Galileo è una delle opere meno rispondente ai precisi canoni
dell'epica brechtiana, ciò non significa che questa sia assente,
ma è l'opera a cui Brecht dedicò un arco di tempo più lungo. La
prima stesura è già del '39, ma dal '46 al '56 Brecht vi torna a
lavorare allo scopo di rivedere l'analisi e gli esiti della problematica
principale: l'inevitabile conflitto tra intellettuale e un sistema
totalitario.
E' noto che tra le due versioni a mutare è soprattutto il giudizio
dell'autore sull'abiura dello scienziato pisano, alla tesi "giustificazionista"
del '39 (l'intellettuale di fronte alla minaccia da parte del Potere
assoluto ha il diritto-dovere di nascondere la verità allo scopo
di proteggerla) si sostituisce la condanna della versione finale
(l'intellettuale deve difendere la libertà di pensiero a costo del
martirio personale). E' altrettanto noto che a contribuire a tale
rovesciamento, furono due episodi: l'uso americano a fini militari
dell'energia atomica e l'interrogatorio subìto dallo stesso Brecht
da parte della Commissione della Camera per le attività antiamericane
con relativa negazione della propria fede politica.
Ma la grandezza della concezione brechtiana di Galileo non sta tanto
nel mutare dell'approccio al personaggio, risiede invece in una
visione storica e strutturale a mio avviso preliminare e prioritaria:
la consapevolezza che in una società di massa la democratizzazione
e il benessere della popolazione dipendono dalla capacità degli
intellettuali di imporre alla politica un uso a fin di bene del
progresso tecnologico, delle conquiste della scienza, dell'allargamento
delle conoscenze umane. In questo aspetto avverto tutta la potenza
della visione brechtiana che investe in pieno la nostra attualità.
Brecht comprendeva, per averla vista all'opera durante l'ascesa
di Hitler al potere, la tendenza di una società che sia massificata
nei bisogni e nelle aspirazioni a dispetto degli specifici di classe,
ad accettare passivamente semplificazioni totalitarie e/o monopolistiche
della gestione del potere politico ed economico. E' qualcosa di
molto analogo alle preoccupazioni di Pasolini verso l'omologazione
della società italiana.
Brecht negli Stati Uniti e nell'Europa post-conflitto intuiva il
riaffacciarsi dello stesso spettro degli anni di Weimar, allorché
il movimento operaio, fortemente maggioritario nella società, venne
frenato, nella domanda di cambiamento radicale delle strutture sociali,
da una frammentazione della propria rappresentanza politica che
di lì a poco spalancò la porta all' "imbianchino austriaco". Nel
dopoguerra la borghesia capitalistica europea imparò da quella americana
a sostituire il sostegno ai totalitarismi fascisti con il controllo
di quote decisive del consenso elettorale, ciò le consentì di continuare
l'utilizzo a scopi non democratici del progresso scientifico e tecnologico.
Dagli anni '60 in poi, a mio avviso, l'occidente si trova in una
condizione per cui la ricerca in campo medico, energetico, fisico,
biologico non è finanziata allo scopo di favorire il benessere diffuso
delle popolazioni; il progresso scientifico è, oggi più che mai,
dominato dalla sola logica del profitto. Ciò avviene soprattutto
per la sostanziale incapacità delle comunità scientifiche e intellettuali
di determinare esiti e scopi del proprio lavoro. Si pensi alla profonda
irrazionalità insita nei meccanismi del capitalismo globalizzato
e alla parallela mancanza di dibattito diffuso su tale irrazionalità,
e si legga in questa chiave la lezione brechtiana di vita di
Galileo.
Riguardo al confronto con l'estetica teatrale, mi si lasci dire
che spesso si pensa a quello brechtiano come un teatro soprattutto
"di attori", d'altronde egli formulò uno stile preciso di recitazione,
ma il teatro brechtiano è stato anche un teatro "di regia", specularmente
opposto al teatro di Stanislavskij, Brecht stesso fu regista. La
nostra messa in scena a modo suo si confronta con questi aspetti:
dallo straniamento, o rifiuto dell'immedesimazione nel lavoro dell'attore,
al costante richiamo in tutti gli aspetti dello spettacolo della
sua dichiarata natura teatrale; per Brecht era importante il rifiuto
dell'illusione, lo spettatore doveva costantemente sapere che stava
assistendo ad uno spettacolo ed attraverso questo avere la possibilità
di condurre una sua riflessione sull'argomento; e allora ecco la
visibilità dei fari, l'utilizzo di filmati durante lo spettacolo,
la non fedeltà di scene e costumi all'epoca; questo allo scopo di
creare una visione "dialettica" quindi dinamica delle problematiche
trattate. Sono aspetti noti e ormai "storicizzati" nella pratica
teatrale contemporanea e direi perfino in molte performances di
intrattenimento televisivo, fanno parte di una estetica molto diffusa;
meno noto, perfino a chi oggi utilizza tali principi estetici, è
che ne sia Brecht la fonte.
Mi fermo. Mi rendo conto di avervi riassunto il racconto di questa
scalata alla montagna-Brecht, io non so se siamo arrivati in cima,
forse no; ma da qui, vi assicuro, la vista è bellissima.
Elio Gimbo
PROGETTO TEATRALE
TEATRIDEUROPA 06
Lineamenti programmatici
di partenza:
Che cos'è oggi l'Europa? Esiste un popolo europeo? E' possibile
rintracciare, tra i popoli europei un'identità culturale comune?
Comuni denominatori che ci differenzino dal luogo comune dell' "occidentalità"
o peggio del "siamo tutti americani"?
La scorsa stagione queste domande ci sembrarono pertinenti
ai sensi di una ricerca teatrale connaturata al modo di pensare
il teatro del nostro gruppo di lavoro. Il teatro per l'Europa ha
sempre rappresentato una piccola oasi dove si rivelano le sensibilità
più complesse in modo più libero, uno spazio franco che per la sua
specificità linguistica si mostra adatto al superamento del gusto
dell'epoca, che può svincolare la pratica di artisti e intellettuali
dalla pervasività della cultura di massa, uno spazio franco in cui
la marginalità consente la ricerca attorno a temi altrove impossibili
da proporre. Il teatro in Europa è sempre stato "anche" questo.
Ciò ha permesso, sia nel campo della drammaturgia sia in quello
delle tecniche performative, a molti autori europei di confrontarsi
con temi e idee che andassero oltre la cronaca, questo patrimonio
può essere oggi una risposta alle domande da cui siamo partiti.
Nasce da qui l'idea di condurre un viaggio attraverso il lavoro
di alcuni dei play-writers più rilevanti della seconda metà
del '900.
Certamente siamo coscienti dell'estensibilità di questo
assunto a qualsiasi altro settore della cultura e dell'economia
ma abbiamo anche la consapevolezza che talune esperienze artistiche
spesso anticipano aspetti del gusto, del costume della società che
li esprime, tali aspetti svelati "a posteriori" possono illuminare
la nostra riflessione sulla cultura europea. Gli autori proposti
la scorsa stagione, come quelli che intendiamo proporre nella prossima,
non sono certo totalmente esaustivi di tale analisi ma sono tutti
portatori di una "idea della performance" molto personale, i loro
testi non sono solo importanti per i temi di partenza ma anche per
il tipo di "teatralità" che consentono, appunto per l'idea di performance
che vi è sottesa.
A chi si rivolge il progetto:
Puntiamo su un bacino naturale d'interesse e di bisogni
culturali: l'ambiente universitario. Abbiamo riscontrato l'interesse
di molti studenti alla proposta complessiva insieme alla richiesta,
da parte di alcuni, di lavoro "pratico" sui testi, ogni spettacolo
si avvale del contributo performativo di giovani a cui abbiamo dedicato
una lunga preparazione preliminare tecnica. Questi giovani vengono
affiancati da attori di grande esperienza e intensità come Piero
Sammataro. Il progetto concordato con il dipartimento di Letteratura
tedesca della facoltà di Lettere e con le Biblioteche Riunite Civica
e Ursino Recupero.
Svolgimento del progetto:
I due autori su cui quest'anno abbiamo fondato il percorso
sono Odon Von Horvath e Bertolt Brecht; di quest'ultimo
vogliamo cogliere l'occasione data dalla ricorrenza del cinquantesimo
anniversario della morte (Berlino 14 agosto 1956). Sappiamo bene
quanto complessa nei suoi passaggi sia la storia e il dibattito
culturale della Germania nella prima metà del secolo scorso. Risulta
oggi affascinante analizzare come incise, sugli avvenimenti politici
e sociali che sfociarono nell'avvento del nazismo, la comparsa,
per la prima volta nella storia europea, della "civiltà di massa"
e dei suoi modelli culturali omologanti; le relazioni possibili
tra la cultura che ne derivava e la deriva totalitarista che ne
conseguì ci sembrano un tema importante ai fini di una migliore
comprensione dell'analogo dibattito attuale. Gli intellettuali tedeschi
già allora si trovarono ad avere coscienza di ciò, ad affrontare,
a descrivere, in qualche caso a opporsi, a simile tema, ciò a nostro
giudizio costituisce una radice fondamentale per una visione più
consapevole del fenomeno come si presenta ai nostri giorni. A tal
riguardo si può dire che la coscienza tedesca di allora è alla base
di ogni coscienza europea di oggi, nella cultura e nel teatro tedesco
di quell'epoca si trovano elementi importanti alla coscienza di
una sensibilità specificamente "europea".
Brecht e Von Horvath furono due fra gli intellettuali tedeschi
a meglio lavorare sulla relazione società di massa - cultura
di massa - fuga nel totalitarismo; le opinioni di partenza e
gli esiti artistici nei due drammaturghi, non sono però coincidenti,
bensì complementari; anche nella comparazione tra tali due diverse
prospettive ci pare esserci una maggiore utilità alla comprensione.
A Von Horvath abbiamo dedicato a maggio due seminari e una lettura
aperta di Notte all'italiana,
Estensori e responsabili del progetto:
Parte scientifica: prof.Giuseppe Dolei;
Parte artistica: dott. Elio Gimbo;
Parte organizzativa: dott.ssa Rita Angela Carbonaro
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